RECENSIONI 2010
Le musiche e le canzoni di questo cd nascono da tutta una serie di distanze e di assenze. Distanze linguistiche, geografiche e cronologiche che perdono la loro consistenza, ed assenze, soprattutto: assenze di padri e di fratelli, compagni di lavoro e di strada per ciascuna delle quali si sono prese con pazienza misure e pesi mantenendo gli occhi asciutti e trattenendo in gola le lacrime. C’è voluto tanto a portarlo a compimento perché, per avvicinarsi a questo dolore senza restarne schiacciati, bisognava valutarne con calma angoli e prospettive. Non era materia leggera: c’era da cantare di chi e per chi non poteva più farlo. Marco Pandin (A RIVISTA ANARCHICA)
Inizio l'ascolto e la trasformazione del presente comincia: le pareti del mio studio mutano riempiendosi di manifesti nei quali il rosso è il colore predominante, i ritagli delle foto dell'Espresso ancora in formato gigante tappezzano tutta la stanza. Immagini di giovani avvolti nelle verdi antagoniste divise scaldate dalla finta lana merino degli Eskimo che si scontrano con altrettanti giovani anch'essi vestiti di verde ma con elmetti e lacrimogeni, vedo striscioni e lunghe parodie di fazzoletti rossi tirati fin sugli occhi, vedo un ragazzo piegato sulle ginocchia che impugna qualcosa di tragico e vedo il volo di un uomo dalla finestra di un commissariato. Tutto si confonde: date, avvenimenti, anni...morti. Si, perchè questo è il 'Libro Veneziano dei Morti', un disco che riporta la memoria indietro nel tempo e la fa correre all'impazzata dentro gli anni che anticiparono una tragedia ben lungi dall'essersi conclusa.: “La fabbrica della morte nasconde gli assassini...” (da The Cover Up). La fabbrica della morte è il Petrolchimico di Marghera e questo lavoro è interamente dedicato alla memoria di chi, in quello stabilimento, perse la vita. Un cd che Alessandro Monti ha costruito principalmente assieme a Kevin Hewick, personaggio che non credo abbia bisogno di presentazioni. Da questa collaborazione è nata una rara perla nera permeata di suoni che arrivano da un passato mai dimenticato riletto però in chiave moderna con uno stile complesso e decisamente colto. La bellezza dell'impegno. Mirco Salvadori (ROCKERILLA)
La collaborazione tra gli Unfolk del mandolinista Monti (con musicisti di pregio quali Baldan, Masi, De Zorzi) e Kevin Hewick (voce leggendaria per i cultori della Factory e prima wave UK), nata da reciproca stima e assoluta sintonia, ha fruttato un “concept” sul tema doloroso, che tocca da vicino il gruppo veneto, delle tante morti per veleni nel polo petrolchimico di Marghera. Il cantautore affronta la materia con grande sensibiltà in dieci canzoni “avant pop” che rivaleggiano per fine scrittura, con sei strumentali tra folk, elettronica ed echi world-prog. Oltre la rabbia consapevole che “non ci sarà pace se non c'é perdono”, il lavoro riflette anche su come il vinile/disco (derivato del petrolio) possa mutarsi in motivo di gioia. Ottima confezione ricca di note e suono smagliante con mastering di Jon Astley nella casa/studio dove Townshend mise a punto Tommy... (8) Vittore Baroni (RUMORE)
Quest'omaggio alle vittime del cvm ha avuto una lavorazione lunga, tre anni, doveva essere un disco strumentale ed é diventato un album di canzoni. Altri, trattando la musica un tema così forte – la vicenda del Petrolchimico di Marghera – avrebbero usato stridori industriali, elettronica bruta, drones isolazionisti, dark ambient. Chissà. Monti invece prende la strada del songwriting, d'una limpidezza brillante e quasi surreale, che a tratti ricorda nello stile e nella grana acustico-estetica – ad esempio gli arpeggi del suo mandolino, le lucciole elettroniche di Riccardo De Zorzi – i Rem in versione sepolcrale (Early Grave, A Limited Edition Of One). Questa sintesi di folk politico (Cancer Of The Conscience) e scenari futuribili (la chitarra frippiana di Bob Brian in Destinazione Astrale) non poteva trovare voce più adatta di quella di Hewick, compagno di lavoro di Martin Hannett alla Factory Records, personaggio di mezzo tra il cantautorato e la new wave. Un timbro caldo che riesce ad essere declamatorio e lirico (Someone Is Always Screwing Someone, Forgive). Un memoriale-denuncia partecipato da molti artisti (tra i quali Gigi Masin, Romina Salvadori, Alex Masi, Bebo Baldan, Adriano Clera, Halo XVI, Mono-drone, i Kar) penetrante in ogni sua sfumatura stilistica (l'eco di Tutte Le Cose Lasciate é la memoria dei cari, il basso distorto di Natura Distorta é il senso del titolo). E forse é anche merito di questo respiro collettivo se una simile ode-rock non sia mesta, anzi faccia alzare lo sguardo oltre l'orizzonte tenendo desto lo spirito fino alla fine The Wave That Speeds To Shore che chiude con parole che sfiorano dolcemente la carne una presenza invisibile é entrata nella stanza / con una mano gentile che ha calmato dolcemente / e ha raffreddato la febbre con la punta delle dita / e ha messo a tacere i lamenti di labbra secche e screpolate. (7/8) Dioniso Capuano (BLOW UP)
Nato sull’asse Italia-Inghilterra, “The Venetian Book Of The Dead” è il frutto degli sforzi congiunti del produttore/musicista veneto Alessandro Monti e di Kevin Hewick, cantautore britannico che in passato ha fatto parte del roster di etichette storiche come Factory, Cherry Red e Les Disques Du Crepuscule. Affiancati da un discreto numero di collaboratori (tra cui segnaliamo Romina Salvadori, già voce degli estAsia), i due hanno dato vita a un concept album ispirato alle tante, troppe morti causate tra gli anni 70 e 80 nel Veneziano dalle scellerate politiche (anti)ambientali delle industrie petrolchimiche. Un atto di accusa importante dal punto di vista concettuale, certo, ma anche supportato da un notevole spessore artistico, che nell’arco di dieci canzoni vere e proprie e sei strumentali si snoda su intrecci elettroacustici oscuri e affascinanti, ballate a metà strada tra il folk e il pop-rock meno allineato, improvvisazioni di matrice ambiental-sperimentale e lievi manipolazioni elettroniche. Con raffinatezza plettri e archi si incontrano con batteria, percussioni ed effetti sintetici, mentre la voce disegna melodie malinconiche ma non troppo opprimenti, finendo per ricordare in certi frangenti David Sylvian. Un lavoro ambizioso, sicuramente, e forse un tantino troppo lungo, ma toccante e nel complesso pienamente riuscito; importante, sotto tutti i punti di vista. Aurelio Pasini (IL MUCCHIO)
Dieci moderne protest songs e sei interludi strumentali avvolti in un packaging di una bellezza e ricercatezza unica con copertina cartonata e immagine presa dall’Ecce Homo di Delvaux. Si presenta così il comeback di uno dei progetti più oscuri e trasversali del panorama italiano. Unfolk, termine eterodosso che un paio d’anni addietro dava il nome al primo disco di Alessandro Monti e che ora, sulla scia di quel che successe con Carla Bozulich/Evangelista, si trasforma in moniker a sé stante. Quasi come una calamita, Unfolk attira a sé, oltre al succitato capopopolo, anche Kevin Hewick, misconosciuto artista del primo post-punk inglese e cantante dal pathos inimmaginabile, e una moltitudine di artisti e musicisti (Gigi Masin, Bebo Baldan, Riccardo De Zorzi, ecc.). Stefano Pifferi (SENTIRE ASCOLTARE)
Thanks to the wonders of modern technology no-one one listens to albums anymore. The ease with which people can access songs and download songs has destroyed people’s attention span and rendered the idea of the album as a complete body of work almost entirely obsolete. Or at least, this is what the music industry types like to tell us. It’s one of the many horror stories that are linked with the digital music age. Yet this is a week in which Joanna Newsom and The Knife release multiple CD concept records to uproarious acclaim, and here we have an album comes along with not one, but two concepts tying the whole thing together. With a title as heavy as The Venetian Book Of The Dead, you know there’ll be some learning involved. David Pott-Negrine (DROWNED IN SOUND)
I don't know about you, but a mental alarm always goes off for me whenever I hear that a work of art has been based on a genuine, human tragedy. Images form of a journalist / photographer horde descending on a disaster zone, like vultures around a corpse. There's also the inevitable 'charity single' rushed out by some mega-bucked star or other to do as much for their minted conscience and bloated bank account as the regular people whose lives have been destroyed. (Dieshellsuit.co.uk) Combat rock Una chiamata alla memoria del dramma industriale di Porto Marghera segna il ritorno del collettivo Unfolk in una speciale cooperazione con Kevin Hewick, vecchia volpe del roster Factory. Proprio quest’ultimo, fulminato emotivamente dal disastro del petrolchimico, è il firmatario di tutte le novelle contenute in “The Venetian Book of the Dead”. Un lavoro il cui concept è, diciamolo, un pugno nello stomaco: opporre l’idea di vinile come forma d’intrattenimento alla sostanza madre dello stesso, il PVC, che respirato insieme ai fumi di altri elementi chimici fu causa scatenante del disastro lagunare. (Sands-zine) Come legare esoterismo e protesta sociale. Ce l'avevano fatta - a loro modo, s'intende - i variopinti residenti di Haight-Ashbury dalle colonne del San Francisco Oracle, con le loro visioni di un Pentagono malefico da far levitare. Ci riesce Alessandro Monti nel suo nuovo progetto "The venetian book of the dead". Il libro veneziano dei morti è il secondo capitolo di un viaggio, che Unfolk compie tra musica sperimentale e mistero, tra buone vibrazioni e il risveglio di una coscienza sopita per troppo tempo. Se quella coscienza con il primo Unfolk si rianimava dall'intorpidimento e acquisiva nuova luce grazie ad una sintesi "East-West", ad un collegamento tra rock, folk, psichedelia, minimalismo ed esotismo, il passaggio successivo ne sublima la miscela e la porta di fronte alla propria responsabilità. Perchè chi ha sensibilità e ha varcato la soglia percepisce in modo più lampante le contraddizioni e i misfatti dell'esistente. E' il caso di Porto Marghera e del Petrolchimico: anzi, "Petrolkimiko", per citare il lavoro di Bettin e le vergognose morti nelle fabbriche che producevano CVM/PVC, alle quali Monti dedica il disco. Dopo aver incontrato il musicista inglese Kevin Hewick, il veneziano ha elaborato il nuovo lavoro in coppia, aprendolo ad altri ospiti (Alex Masi, Gigi Masin, Adriano Clera etc.). "Venetian book" va assorbito come un unico, intenso e inesorabile flusso sonoro, che abbraccia l'elettronica tedesca ("Tutte le cose lasciate in sospeso", il riferimento a Gottsching in "Black tar lagoon", l'estasi di "Destinazione astrale") e i raga post-moderni ("The cover up"), la ballata ipnotica e increspata di elettricità ("Radioactive man", "A limited edition of one") e una sorta di pop-rock esotico e maliardo ("Bedroom discoteque"). Alla dimensione "folk-oriented" dell'esordio, Unfolk risponde con un'esplorazione, attraversando un territorio in cui Fripp e Harrison, Roedelius e l'Incredible String Band vanno a braccetto, incontrando il laboratorio art-rock alla Centrozoon in "Someone is always screwing someone" e "Forgive". Una viscerale denuncia civile, che passa attraverso la forma enigmatica di un melange musicale di alto profilo. Un'opera sui generis e affascinante, che merita estrema attenzione. Donato Zoppo (Movimentiprog)
RECENSIONI PRIMO CD (2006/2007): Qui tutto é surrealisticamente magico e metafisico, si respira aria di cose sconosciute anche se il percorso sonoro che si intraprende per arrivare a conoscere la verità/realtà é un continuo rimando a mai dimenticate storie create con rimossi accordi di mandolino, oniriche e visionarie apparizioni teutonicamente cosmiche, voli radenti dentro l’irrealtà di immagini (un)folk avvolte nella nebbia di un paesaggio a metà tra le Highlands scozzesi e l’isola dei morti di Arnold Boklin. Vi basterà fissare con attenzione lo sguardo intrigantemente inquietante del musicista mascherato da Gran Dama del Nero che sovrasta l’immagine di copertina mentre le note dell’ultimo brano vi avvolgono, vi basterà un attimo e riemergere nell’abbagliante luce del reale sarà cosa assai faticosa e spiacevole. (8/10) Micromix M.S. (Rockerilla)
In Den Gärten Pharaos Alessandro Monti è il perfetto signor nessuno. Un paio di lavori condivisi con Gigi Masin (altro disperso per eccesso di riservatezza al quale bisognerebbe prestare maggiore attenzione) e poi tanto; tanto silenzio. “Unfolk” è la materializzazione di un talento assoluto; luminosissimo ed incandescente. Di quelli che ti sogni la notte, quelli che non dici mai; quelli che vorresti siano. Dentro c’è: Le visioni ed ipotesi infinite di tutto certo folk bianco, inglese ed europeo, Bert Jansch e John Renbourn; Incredible String Band e John Martyn. Lo spirito panico dei Popol Vuh costantemente in primo piano. Unioni strane e temporalmente espanse che si annodano più avanti nel tempo con le brume care ai Joy Division, ed ancor dopo idealmente; alla fissità ellittica dei Loop e la loro vaporizzazione Main. Marco Carcasi (Sands-Zine: TOP ONE febbraio 2007)
Alessandro Monti “Unfolk” (Stella*Nera 2006) inserito nella Playlist Del 2006 A Cura Della Redazione di Kathodik Un bel digipack cartonato; una cover in bianco e nero dal vago sapore pre-surrealista; un CD completamente nero con titolo ed autore a caratteri gotici. Questi i dati oggettivi relativi a Unfolk, opera prima di Alessandro Monti. Già dal packaging traspare una sorta di comunione tra l’antico ed il moderno, tra l’enigmatica immagine di copertina (un dipinto di Alberto Martini, precursore del surrealismo, targato 1920) e il medium musicale moderno. Una comunione che scopriremo reiterarsi anche musicalmente tra le atmosfere del mandolino, cuore pulsante dell’opera, e l’eclettica strumentazione elettrica e elettronica. Unfolk pone in musica le straordinarie (e fittizie) intuizioni dell’immaginario Heracleum Ipotesis, musicista medievale le cui partiture sembravano perse nelle nebbie del tempo. La musica che esce da questo disco, nato in solitaria e sviluppato da un vero e proprio collettivo, è etimologicamente folk (musica cioè della tradizione) ma anche e soprattutto sua negazione per sviluppo ed obbiettivi. Genere, dunque, oltre il genere, folk non ortodosso per stessa ammissione dell’autore. Perfetta e magica congiunzione di tradizione antica e moderna concezione musicale - post-moderna, senza confini, libera da tutto e tutti - di cui perfetto esempio sono le influenze più o meno dirette: dal punto di partenza John Paul Jones (l’uso del mandolino nelle composizioni dei Led Zeppelin), al punto di arrivo la pura elegia al rumore più assordante che fu Metal Machine Music di Lou Reed, passando per una commemorazione di Florian Fricke (Popol Vuh), mentore nascosto di molte musiche attuali. La musica è quindi gioco di contrasti, convergenza dell’antico col moderno, confluenza di remoti suoni caldi (mandolino, violino, tablas e percussioni) e attualità (chitarre elettriche, sintetizzatori, ecc.). L’Unfolk montiano è una musica globale in cui convivono mantra elegiaci dal retrogusto orientale, afflato ambientale alla Fripp/Eno, dilatazioni alla Popol Vuh/Sun Ra, abbozzi di cantautorato alla Nick Drake/Scott Walker, stralci di minimalismo esoterico. Su tutto un senso di oscurità latente alla C93/Joy Division. L’elettricità statica che satura la coda del disco, dipingendo di un astrattismo neo-folk dronato l’elegia medievale di Fine dell’infanzia, lascia di stucco e segna nuovi ipotetici sviluppi futuri per questo geniale signor nessuno della musica. Unfolk è un grande sogno ad orecchie aperte ed Alessandro Monti il probabile Richard Youngs dell’italica tradizione. (7.2/10) Stefano Pifferi (Sentire Ascoltare gennaio 2007)
Unfolk é una fata morgana, suono d’una “falsificazione creativa”, l’invenzione dell’opera perduta di Heracleum Ipotesis. Unfolk e' cosa diversa da "no folk" puo' significare un folk di quelli possibili. Monti rende inconfondibile il suono con il timbro iperrealistico del mandolino (...) il viaggio e' tanto cronologico in una "renaissance" utopico-anarchica, quanto spazial-culturale: Regioni di Pietra uno sguardo "da" piu' che "ad" Oriente: tabla, chitarre e processing, overland politico esistenziale. Le armonie sono aperte ed ariose, sàssoni del violino di Giaccaria (Viaggiatori Perduti), innocentemente freak-prog (Aerofolk) e spacedeliche (Raga del fiume elettrico). Proprio al centro dell'avventura c'e' una melodia semplice che si tatua indelebilmente nella memoria, Almanacco del giorno prima. In chiusura un raga-folk apocrifo in nuce apocalittico (...) ma non vi preoccupate potrete fare girotondi in campagna a sfinimento. (7) Dionisio Capuano (Blow Up)
Un eccellente esordio solista, per un autore che spazia in un'area suggestiva, evocativa, magnetica. Quella del progressive-folk "esoterico", che riecheggia Third Ear Band e Incredible String Band, Popol Vuh (un titolo come "Fricke out" non è casuale), Aktuala e la musica orientale, il minimalismo e le vibrazioni nascoste... "Unfolk" punta dritto al cuore, miscela acustico ed elettrico, raga e psichedelia, minimal music e vagheggiamenti new wave, con un ospite di lusso come Alex Masi; pezzi come "Il sogno di Devi" e "Viaggiatori perduti" sono un incanto e una magia, un'apparente semplicità melodica che nasconde culture antiche. I richiami all'esperienza italiana di Mauro Pagani, Saint Just e Canzoniere del Lazio si fondono con un trattamento elettrico che "modernizza" con audacia la materia sonora, penso a "Raga del fiume elettrico", degna del miglior Manuel Gottsching. "Regioni di pietra", nel suo ipnotismo folk-wave, fa invidia agli attuali epigoni del kraut-rock, da manuale il lungo trip chitarristico di "Aerofolk". Una menzione a parte per l'artwork: confezione in cartoncino con "Concerto" (1920) dell'artista veneziano Alberto Martini. Un disco ammaliante, da non perdere. (8) Donato Zoppo (Movimenti Prog)
C’è un sapore antico eppure moderno in questo Unfolk del veneziano Alessandro Monti. Mandolini, chitarre acustiche, violino, tabla, strumenti etnici tipici della tradizione indiana e mediorientale, sono approcciati e organizzati con rispetto, utilizzando con discrezione le tecniche del loop e del multilayering: «musica folk non ortodossa», come recita la presentazione dell’album. Sequenze ipnotiche, raga, mantra che si dipanano talvolta anche per più di dieci minuti, guidati dal mandolino di Monti – ispirato dai lavori di John Paul Jones – su cui si innestano i contributi degli altri musicisti: Marco Giaccaria (violino e fiati), Bebo Baldan (percussioni) e il celebre chitarrista elettrico Alex Masi, vecchio amico d’infanzia del musicista veneto. Lungo gli undici brani che compongono il cd, l’ascolto scorre morbido, disegnando un percorso ideale che se da un lato ci riporta ad esperienze passate, come quelle di Incredibile String Band, Mauro Pagani, Comus, Penguin Cafe Orchestra, i primi Indaco, dall’altro ci proietta verso una dimensione sonora nuova e attuale, perché avulsa dal fattore temporale. La confezione cartonata, illustrata con una splendida opera dell’artista Alberto Martini (1920), è un ulteriore elemento che testimonia la cura e l’attenzione con cui è stato realizzato questo lavoro... (7) Paolo Carnelli (WS)
A cavallo tra digressioni paesaggistiche di matrice orientaleggiante (mi pare chiaro che siano stati compiuti studi sonori approfonditi negli stessi luoghi visitati, fisicamente e musicalmente, da Florian Fricke di Popol Vuh durante i suoi viaggi in India) e materiale avant folk rock di natura mai apocalittica, ma sempre protesa all’esplorazione di scenari reconditi, ambientali/atmosferici e legati a doppio filo agli aspetti umani/spirituali dell’essere vivente. Così credo che debba essere descritto il primo lavoro solista (pur se ottimamente coadiuvato da altri strumentisti) di Alessandro Monti (un paio di album alle spalle, ‘Wind’ del 1986 e ‘The Wind Collector’ del 1991, in compagnia di Gigi Masin). A tutto ciò aggiungente una bilanciata integrazione tra le parti coinvolte e un utilizzo coraggioso del mandolino da parte dello stesso Monti, che caratterizza in maniera evidente l’opera. ‘Unfolk’ è un disco che racconta di sentimenti, mondi e suoni. Roberto Michieletto (Music Club)
Suona alquanto restrittivo definire "musica folk" il contenuto di quest'ottimo disco, che invece è intriso di fantasiose aperture. Oltre a essere un virtuoso di mandolino, Alessandro Monti maneggia con perizia chitarra, basso, percussioni, sintetizzatore, effetti sonori. Ma prima di tutto, Monti è un artista dall'evoluta utopia progettuale. Più delle tradizioni regionali, gli elementi coagulanti di Unfolk sono piuttosto le visionarie alchimie proposte dalla fine dei '60 in poi dalle formazioni psycho/folk, dai gruppi lisergici californiani e da certo sperimentalismo minimale. Gli undici capitoli del CD lasciano così sfilare uno dietro l'altro umori dalle ispirazioni multidirezionali: acri sapori orientali ("Raga del fiume elettrico", "Regioni di pietra"), flash all'acido lisergico sintonizzati con i Grateful Dead d'annata ("Aerofolk"), reiterative e ipnotiche schegge elettroacustiche ("Fine dell'infanzia/Oscura profezia", "Viaggiatori perduti"), perle pop ("Stereostudio N. 1"). Oltre a Monti, partecipano Alex Masi (chitarre), Marco Giaccaria (violino e flauti), Bebo Baldan (percussioni), Gigi Masin (suoni elettronici), Adriano Clera (chitarra), David Mora (chitarre), Ricky De Zorzi (chitarra). Un incanto surreale. Enzo Pavoni (World Music)
Esordio ufficiale con un lavoro da solista per un artista la cui cifra stilistica di base è data dalla sua straordinaria capacità di intrecciare "emozioni armoniche" nei contesti tra loro più disparati.
Questa difficilissima operazione prevede un talento innato, quello che - alimentato da ore ed ore di ascolti e di efficaci abbandoni emotivi alla musica altrui - permette ad un musicista VERO di capire CON IL CUORE cosa può essere REALMENTE indispensabile per arricchire un determinato scenario musicale (compreso il suo stesso SILENZIO). (L'Archivista - blog review)
(...) Unfolk giunge a mettere il sigillo con un debutto ragguardevole: la musica si pone assolutamente in coerenza con la dichiarazione di intenti, folk non convenzionale, dove il legame è nella scelta dei suoni e degli strumenti e l’esito è un magico equilibrio nel non folk che si compone in lievi raga sfiorati dall’elettronica, in un bordone ambient e minimalista, in minuti loop e in percussioni ed assoli dall’ottimo retrogusto prog (...) il disco trasuda dei grandi amori del musicista, dal folk (volutamente quasi negato) al folk filtrato Led Zeppelin, dall’elettronica al prog, dal minimalismo ai loop a la John Martyn (… ) si apprezza la raffinatezza dei particolari, dei tessuti creati col mandolino (più unfolk che mai) ove si innestano felicemente vari assoli (Marco Giaccaria al violino, Alex Masi alla chitarra, lo stesso Monti) e le ritmiche di Bebo Baldan. Contribuiscono inoltre Gigi Masin, Ricky De Zorzi e David Mora. Un disco che conquista piano piano e che si fa fatica a togliere dal lettore cd. Fabio Bello (Biblioteca Civica Mestre - Ve)
Rather than working out a biography with someone’s struggles to appear as a musician in society, Alessandro Monti invents the concept of what can be resumed in the new term ‘unfolk’, which inhabits a reinvention of techniques, traditions (compositions,..) with some amount of improvisation on the now/nu. Most tracks are based upon beautiful instrument combinations with mandoline, in a way like Led Zeppelin’s “Gallows Pole” was built. Melodically and in sound the mandoline layer sounds beautiful in combination with acoustic and electric guitars, tabla, tonal keyboards and a few other string instruments. Just one track, “Almanacco del Giorno Prima” is a bit more rhythmical, and “Stereostudio n°1” is based upon a keyboard melodic sound in combination with the other instruments instead of the mandolin. “Fine Dell’Infanzia/Oscura Profezia” is the only track that uses a traditional medieval dance fragment into the composition. A very enjoyable, soft-hypnotic, mostly acoustic album, with a certain progressive vision. Gerald Van Waes (Psych-folk & acid-folk reviews)
Se prendiamo alla lettera il titolo di questo disco, il proposito di Alessandro Monti era quello di metter mano ai materiali che definiscono il folk e fare, con essi, qualcosa di differente. Avranno senza dubbio un trattamento diverso, ma l’ “un folk” di questo mandolinista e chitarrista veneziano continua ad essere folk. Questo nonostante l’elettronica di Gigi Masin, con il quale, tra l’altro, Monti aveva registrato in precedenza altri titoli nel campo della musica elettroacustica, e dei contributi del frippiano Adriano Clera e di un chitarrista con il rilievo che Alex Masi ha nel rock italiano. L’album si basa su partiture restaurate di un musicista e teorico dell’antica Venezia chiamato Heraclaeum, le poche partiture sopravvissute ad un meteorite lì caduto nel secolo XIII, ma il modo in cui sono trattate, come abbiamo scritto più sopra, non ha nulla a che vedere con il trattamento che ne farebbe un Jordi Savall. E quanto ai riferimenti siamo ben serviti: il tema “Fricke out” è dedicato a Florian, del gruppo di krautrock Popol Vuh, e quello immediatamente seguente e che conclude il lavoro si ispira direttamente alla interpretazione che il gruppo post-post-moderno da camera Zeitkratzer ha fatto di “Metal Machine Music”, l’opera noise ancora oggi non ben compresa di Lou Reed. Di più: nella scheda tecnica di “Unfolk” si confessa che queste registrazioni sono state influenzate da quello che John Paul Jones ha fatto con il mandolino nei Led Zeppelin. Potremmo temere, in questa serie di indicazioni, una certa presunzione e pochi frutti, ma la verità è che questa musica si ascolta molto bene (trad. dal portoghese dell’amico Carlo Gherlenda). Rui Eduardo Paes (online)
(...) A proposito di folk non ortodosso stella*nera propone con Unfolk del chitarrista Alessandro Monti un curioso “concept” che simulando il ritrovamento di partiture di tal Heracleum Ipotesis miscela con tecnica pregevole ricordi psycho-folk e prog-jazz mediterraneo (...) Vittore Baroni (segnalazione su Rumore)
Il veneto Alessandro Monti esordisce con un lavoro autoprodotto che è una cavalcata nelle lande sconfinate del Progressive anni Settanta - 11 pezzi di folk-rock, per gran parte di composizione, suonati da ottimi musicisti, con un'idea forse un po' retro ma intrigante dei suoni. Ottima iconografia (un dipinto del 1920 di Alberto Martini) e packaging (digipack in bianco e nero) e una storia ispiratrice (il ritrovamento dell'opera perduta di tale Heracleum Ipotesis) dalla vocazione letteraria... Luca Ferrari (online)
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