Recensioni e segnalazioni 2006/2007E’ stato per me un anno straordinario, certamente il più bello da quando ho iniziato a suonare... la gioia del risultato mi ha fatto dimenticare di colpo tutte le fatiche, i momenti di pausa, i tempi morti e le crisi creative. In questa pagina sono riportati estratti salienti da tutte le recensioni/segnalazioni di Unfolk di cui sono a conoscenza. Ne approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno usato le loro orecchie e il loro tempo prezioso per segnalare il lavoro: la redazione di Radio3 “Battiti”, quella di Radio1 “Demo” . Inoltre tutti gli appassionati che hanno inviato messaggi o utilissime impressioni. Sono rimasto quasi sconcertato dal coro unanime di apprezzamento che mi ha incoraggiato e mi ha ripagato del modo che ho scelto per onorare la memoria dei miei genitori: questa, va sottolineato, é stata la molla che mi ha spinto a completare il lavoro. Credo che grazie anche ai brillanti musicisti coinvolti l’idea di Unfolk sia risultata originale e senza tempo: nonostante sia stato registrato in situazioni differenti possiede una sua organicità, pur continuando a muoversi in una terra di nessuno: questo mi sembra già un grande successo! Sono felice che i più attenti abbiano intuito le seguenti influenze nascoste: folk, waves, krautrock, dark, noise, metal, minimal, jazz, electronics & prog... ci sono (quasi) tutte! Anche se é sempre bene trovare una propria strada é inevitabile che quello che hai ascoltato prima o poi esca dalla tua testa; comunque se potessimo leggere le influenze di tutti i musicisti coinvolti nel progetto ne sentiremmo delle belle! ...ed ora ecco a voi le Reviews: Qui tutto é surrealisticamente magico e metafisico, si respira aria di cose sconosciute anche se il percorso sonoro che si intraprende per arrivare a conoscere la verità/realtà é un continuo rimando a mai dimenticate storie create con rimossi accordi di mandolino, oniriche e visionarie apparizioni teutonicamente cosmiche, voli radenti dentro l’irrealtà di immagini (un)folk avvolte nella nebbia di un paesaggio a metà tra le Highlands scozzesi e l’isola dei morti di Arnold Boklin. Vi basterà fissare con attenzione lo sguardo intrigantemente inquietante del musicista mascherato da Gran Dama del Nero che sovrasta l’immagine di copertina mentre le note dell’ultimo brano vi avvolgono, vi basterà un attimo e riemergere nell’abbagliante luce del reale sarà cosa assai faticosa e spiacevole. (8/10) Micromix M.S. (Rockerilla)
In Den Gärten Pharaos Alessandro Monti è il perfetto signor nessuno. Un paio di lavori condivisi con Gigi Masin (altro disperso per eccesso di riservatezza al quale bisognerebbe prestare maggiore attenzione) e poi tanto; tanto silenzio. “Unfolk” è la materializzazione di un talento assoluto; luminosissimo ed incandescente. Di quelli che ti sogni la notte, quelli che non dici mai; quelli che vorresti siano. Dentro c’è: Le visioni ed ipotesi infinite di tutto certo folk bianco, inglese ed europeo, Bert Jansch e John Renbourn; Incredible String Band e John Martyn. Lo spirito panico dei Popol Vuh costantemente in primo piano. Unioni strane e temporalmente espanse che si annodano più avanti nel tempo con le brume care ai Joy Division, ed ancor dopo idealmente; alla fissità ellittica dei Loop e la loro vaporizzazione Main. Marco Carcasi (Sands-Zine: TOP ONE febbraio 2007)
Alessandro Monti “Unfolk” (Stella*Nera 2006) inserito nella Playlist Del 2006 A Cura Della Redazione di Kathodik Un bel digipack cartonato; una cover in bianco e nero dal vago sapore pre-surrealista; un CD completamente nero con titolo ed autore a caratteri gotici. Questi i dati oggettivi relativi a Unfolk, opera prima di Alessandro Monti. Già dal packaging traspare una sorta di comunione tra l’antico ed il moderno, tra l’enigmatica immagine di copertina (un dipinto di Alberto Martini, precursore del surrealismo, targato 1920) e il medium musicale moderno. Una comunione che scopriremo reiterarsi anche musicalmente tra le atmosfere del mandolino, cuore pulsante dell’opera, e l’eclettica strumentazione elettrica e elettronica. Unfolk pone in musica le straordinarie (e fittizie) intuizioni dell’immaginario Heracleum Ipotesis, musicista medievale le cui partiture sembravano perse nelle nebbie del tempo. La musica che esce da questo disco, nato in solitaria e sviluppato da un vero e proprio collettivo, è etimologicamente folk (musica cioè della tradizione) ma anche e soprattutto sua negazione per sviluppo ed obbiettivi. Genere, dunque, oltre il genere, folk non ortodosso per stessa ammissione dell’autore. Perfetta e magica congiunzione di tradizione antica e moderna concezione musicale - post-moderna, senza confini, libera da tutto e tutti - di cui perfetto esempio sono le influenze più o meno dirette: dal punto di partenza John Paul Jones (l’uso del mandolino nelle composizioni dei Led Zeppelin), al punto di arrivo la pura elegia al rumore più assordante che fu Metal Machine Music di Lou Reed, passando per una commemorazione di Florian Fricke (Popol Vuh), mentore nascosto di molte musiche attuali. La musica è quindi gioco di contrasti, convergenza dell’antico col moderno, confluenza di remoti suoni caldi (mandolino, violino, tablas e percussioni) e attualità (chitarre elettriche, sintetizzatori, ecc.). L’Unfolk montiano è una musica globale in cui convivono mantra elegiaci dal retrogusto orientale, afflato ambientale alla Fripp/Eno, dilatazioni alla Popol Vuh/Sun Ra, abbozzi di cantautorato alla Nick Drake/Scott Walker, stralci di minimalismo esoterico. Su tutto un senso di oscurità latente alla C93/Joy Division. L’elettricità statica che satura la coda del disco, dipingendo di un astrattismo neo-folk dronato l’elegia medievale di Fine dell’infanzia, lascia di stucco e segna nuovi ipotetici sviluppi futuri per questo geniale signor nessuno della musica. Unfolk è un grande sogno ad orecchie aperte ed Alessandro Monti il probabile Richard Youngs dell’italica tradizione. (7.2/10) Stefano Pifferi (Sentire Ascoltare gennaio 2007)
Unfolk é una fata morgana, suono d’una “falsificazione creativa”, l’invenzione dell’opera perduta di Heracleum Ipotesis. Unfolk e' cosa diversa da "no folk" puo' significare un folk di quelli possibili. Monti rende inconfondibile il suono con il timbro iperrealistico del mandolino (...) il viaggio e' tanto cronologico in una "renaissance" utopico-anarchica, quanto spazial-culturale: Regioni di Pietra uno sguardo "da" piu' che "ad" Oriente: tabla, chitarre e processing, overland politico esistenziale. Le armonie sono aperte ed ariose, sàssoni del violino di Giaccaria (Viaggiatori Perduti), innocentemente freak-prog (Aerofolk) e spacedeliche (Raga del fiume elettrico). Proprio al centro dell'avventura c'e' una melodia semplice che si tatua indelebilmente nella memoria, Almanacco del giorno prima. In chiusura un raga-folk apocrifo in nuce apocalittico (...) ma non vi preoccupate potrete fare girotondi in campagna a sfinimento. (7) Dionisio Capuano (Blow Up)
Un eccellente esordio solista, per un autore che spazia in un'area suggestiva, evocativa, magnetica. Quella del progressive-folk "esoterico", che riecheggia Third Ear Band e Incredible String Band, Popol Vuh (un titolo come "Fricke out" non è casuale), Aktuala e la musica orientale, il minimalismo e le vibrazioni nascoste... "Unfolk" punta dritto al cuore, miscela acustico ed elettrico, raga e psichedelia, minimal music e vagheggiamenti new wave, con un ospite di lusso come Alex Masi; pezzi come "Il sogno di Devi" e "Viaggiatori perduti" sono un incanto e una magia, un'apparente semplicità melodica che nasconde culture antiche. I richiami all'esperienza italiana di Mauro Pagani, Saint Just e Canzoniere del Lazio si fondono con un trattamento elettrico che "modernizza" con audacia la materia sonora, penso a "Raga del fiume elettrico", degna del miglior Manuel Gottsching. "Regioni di pietra", nel suo ipnotismo folk-wave, fa invidia agli attuali epigoni del kraut-rock, da manuale il lungo trip chitarristico di "Aerofolk". Una menzione a parte per l'artwork: confezione in cartoncino con "Concerto" (1920) dell'artista veneziano Alberto Martini. Un disco ammaliante, da non perdere. (8) Donato Zoppo (Movimenti Prog)
C’è un sapore antico eppure moderno in questo Unfolk del veneziano Alessandro Monti. Mandolini, chitarre acustiche, violino, tabla, strumenti etnici tipici della tradizione indiana e mediorientale, sono approcciati e organizzati con rispetto, utilizzando con discrezione le tecniche del loop e del multilayering: «musica folk non ortodossa», come recita la presentazione dell’album. Sequenze ipnotiche, raga, mantra che si dipanano talvolta anche per più di dieci minuti, guidati dal mandolino di Monti – ispirato dai lavori di John Paul Jones – su cui si innestano i contributi degli altri musicisti: Marco Giaccaria (violino e fiati), Bebo Baldan (percussioni) e il celebre chitarrista elettrico Alex Masi, vecchio amico d’infanzia del musicista veneto. Lungo gli undici brani che compongono il cd, l’ascolto scorre morbido, disegnando un percorso ideale che se da un lato ci riporta ad esperienze passate, come quelle di Incredibile String Band, Mauro Pagani, Comus, Penguin Cafe Orchestra, i primi Indaco, dall’altro ci proietta verso una dimensione sonora nuova e attuale, perché avulsa dal fattore temporale. La confezione cartonata, illustrata con una splendida opera dell’artista Alberto Martini (1920), è un ulteriore elemento che testimonia la cura e l’attenzione con cui è stato realizzato questo lavoro... (7) Paolo Carnelli (WS)
A cavallo tra digressioni paesaggistiche di matrice orientaleggiante (mi pare chiaro che siano stati compiuti studi sonori approfonditi negli stessi luoghi visitati, fisicamente e musicalmente, da Florian Fricke di Popol Vuh durante i suoi viaggi in India) e materiale avant folk rock di natura mai apocalittica, ma sempre protesa all’esplorazione di scenari reconditi, ambientali/atmosferici e legati a doppio filo agli aspetti umani/spirituali dell’essere vivente. Così credo che debba essere descritto il primo lavoro solista (pur se ottimamente coadiuvato da altri strumentisti) di Alessandro Monti (un paio di album alle spalle, ‘Wind’ del 1986 e ‘The Wind Collector’ del 1991, in compagnia di Gigi Masin). A tutto ciò aggiungente una bilanciata integrazione tra le parti coinvolte e un utilizzo coraggioso del mandolino da parte dello stesso Monti, che caratterizza in maniera evidente l’opera. ‘Unfolk’ è un disco che racconta di sentimenti, mondi e suoni. Roberto Michieletto (Music Club)
Suona alquanto restrittivo definire "musica folk" il contenuto di quest'ottimo disco, che invece è intriso di fantasiose aperture. Oltre a essere un virtuoso di mandolino, Alessandro Monti maneggia con perizia chitarra, basso, percussioni, sintetizzatore, effetti sonori. Ma prima di tutto, Monti è un artista dall'evoluta utopia progettuale. Più delle tradizioni regionali, gli elementi coagulanti di Unfolk sono piuttosto le visionarie alchimie proposte dalla fine dei '60 in poi dalle formazioni psycho/folk, dai gruppi lisergici californiani e da certo sperimentalismo minimale. Gli undici capitoli del CD lasciano così sfilare uno dietro l'altro umori dalle ispirazioni multidirezionali: acri sapori orientali ("Raga del fiume elettrico", "Regioni di pietra"), flash all'acido lisergico sintonizzati con i Grateful Dead d'annata ("Aerofolk"), reiterative e ipnotiche schegge elettroacustiche ("Fine dell'infanzia/Oscura profezia", "Viaggiatori perduti"), perle pop ("Stereostudio N. 1"). Oltre a Monti, partecipano Alex Masi (chitarre), Marco Giaccaria (violino e flauti), Bebo Baldan (percussioni), Gigi Masin (suoni elettronici), Adriano Clera (chitarra), David Mora (chitarre), Ricky De Zorzi (chitarra). Un incanto surreale. Enzo Pavoni (World Music)
(...) Unfolk giunge a mettere il sigillo con un debutto ragguardevole: la musica si pone assolutamente in coerenza con la dichiarazione di intenti, folk non convenzionale, dove il legame è nella scelta dei suoni e degli strumenti e l’esito è un magico equilibrio nel non folk che si compone in lievi raga sfiorati dall’elettronica, in un bordone ambient e minimalista, in minuti loop e in percussioni ed assoli dall’ottimo retrogusto prog (...) il disco trasuda dei grandi amori del musicista, dal folk (volutamente quasi negato) al folk filtrato Led Zeppelin, dall’elettronica al prog, dal minimalismo ai loop a la John Martyn (… ) si apprezza la raffinatezza dei particolari, dei tessuti creati col mandolino (più unfolk che mai) ove si innestano felicemente vari assoli (Marco Giaccaria al violino, Alex Masi alla chitarra, lo stesso Monti) e le ritmiche di Bebo Baldan. Contribuiscono inoltre Gigi Masin, Ricky De Zorzi e David Mora. Un disco che conquista piano piano e che si fa fatica a togliere dal lettore cd. Fabio Bello (Biblioteca Civica Mestre - Ve)
Rather than working out a biography with someone’s struggles to appear as a musician in society, Alessandro Monti invents the concept of what can be resumed in the new term ‘unfolk’, which inhabits a reinvention of techniques, traditions (compositions,..) with some amount of improvisation on the now/nu. Most tracks are based upon beautiful instrument combinations with mandoline, in a way like Led Zeppelin’s “Gallows Pole” was built. Melodically and in sound the mandoline layer sounds beautiful in combination with acoustic and electric guitars, tabla, tonal keyboards and a few other string instruments. Just one track, “Almanacco del Giorno Prima” is a bit more rhythmical, and “Stereostudio n°1” is based upon a keyboard melodic sound in combination with the other instruments instead of the mandolin. “Fine Dell’Infanzia/Oscura Profezia” is the only track that uses a traditional medieval dance fragment into the composition. A very enjoyable, soft-hypnotic, mostly acoustic album, with a certain progressive vision. Gerald Van Waes (Psych-folk & acid-folk reviews)
Se prendiamo alla lettera il titolo di questo disco, il proposito di Alessandro Monti era quello di metter mano ai materiali che definiscono il folk e fare, con essi, qualcosa di differente. Avranno senza dubbio un trattamento diverso, ma l’ “un folk” di questo mandolinista e chitarrista veneziano continua ad essere folk. Questo nonostante l’elettronica di Gigi Masin, con il quale, tra l’altro, Monti aveva registrato in precedenza altri titoli nel campo della musica elettroacustica, e dei contributi del frippiano Adriano Clera e di un chitarrista con il rilievo che Alex Masi ha nel rock italiano. L’album si basa su partiture restaurate di un musicista e teorico dell’antica Venezia chiamato Heraclaeum, le poche partiture sopravvissute ad un meteorite lì caduto nel secolo XIII, ma il modo in cui sono trattate, come abbiamo scritto più sopra, non ha nulla a che vedere con il trattamento che ne farebbe un Jordi Savall. E quanto ai riferimenti siamo ben serviti: il tema “Fricke out” è dedicato a Florian, del gruppo di krautrock Popol Vuh, e quello immediatamente seguente e che conclude il lavoro si ispira direttamente alla interpretazione che il gruppo post-post-moderno da camera Zeitkratzer ha fatto di “Metal Machine Music”, l’opera noise ancora oggi non ben compresa di Lou Reed. Di più: nella scheda tecnica di “Unfolk” si confessa che queste registrazioni sono state influenzate da quello che John Paul Jones ha fatto con il mandolino nei Led Zeppelin. Potremmo temere, in questa serie di indicazioni, una certa presunzione e pochi frutti, ma la verità è che questa musica si ascolta molto bene (trad. dal portoghese dell’amico Carlo Gherlenda). Rui Eduardo Paes (online)
(...) A proposito di folk non ortodosso stella*nera propone con Unfolk del chitarrista Alessandro Monti un curioso “concept” che simulando il ritrovamento di partiture di tal Heracleum Ipotesis miscela con tecnica pregevole ricordi psycho-folk e prog-jazz mediterraneo (...) Vittore Baroni (segnalazione su Rumore)
Il veneto Alessandro Monti esordisce con un lavoro autoprodotto che è una cavalcata nelle lande sconfinate del Progressive anni Settanta - 11 pezzi di folk-rock, per gran parte di composizione, suonati da ottimi musicisti, con un'idea forse un po' retro ma intrigante dei suoni. Ottima iconografia (un dipinto del 1920 di Alberto Martini) e packaging (digipack in bianco e nero) e una storia ispiratrice (il ritrovamento dell'opera perduta di tale Heracleum Ipotesis) dalla vocazione letteraria... Luca Ferrari (online)
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