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RECENSIONI 2010

 

Le musiche e le canzoni di questo cd nascono da tutta una serie di distanze e di assenze. Distanze linguistiche, geografiche e cronologiche che perdono la loro consistenza, ed assenze, soprattutto: assenze di padri e di fratelli, compagni di lavoro e di strada per ciascuna delle quali si sono prese con pazienza misure e pesi mantenendo gli occhi asciutti e trattenendo in gola le lacrime. C’è voluto tanto a portarlo a compimento perché, per avvicinarsi a questo dolore senza restarne schiacciati, bisognava valutarne con calma angoli e prospettive. Non era materia leggera: c’era da cantare di chi e per chi non poteva più farlo.
Il libro veneziano dei morti è verosimilmente “soltanto” stato messo in musica da Alessandro Monti e Kevin Hewick. Il loro lavoro creativo è stato annusare ed ascoltare l’aria separando i veleni dalle voci nel vento: le basi per i testi originali le avevano scritte da tempo, nelle diverse sfumature rosse del sangue, le vittime del Petrolchimico di Marghera. Sono testi scritti da centinaia di autori perduti, per i quali non c’è mai stata alcuna rimessa, forse per qualcuno un’elemosina postuma a titolo di risarcimento, una mano di bianco sulla coscienza di quelli che sapevano e hanno taciuto.
Queste canzoni le hanno scritte i morti: gli uomini radioattivi, come li chiama Kevin l’inglese, che per portare a casa la pagnotta e mandare a scuola i figli si sono ritrovati costretti a maneggiare sostanze tossiche senza altra tutela per la salute che un mezzo litro di latte da ritirare a fine turno. Uomini radioattivi tenuti a bagno per anni in una salamoia di reticenze e mezze verità, prima nel posto di lavoro, poi nei corridoi degli ospedali: ecco perché queste canzoni hanno tante parole non dette, ecco la ragione di tante sillabe brevi e sottili disperse nel basso volume. Parte consistente dei testi, quella più nera e indecente, è stata ricalcata sulle perizie di parte, sui fogli bianchi candidi riempiti dalle firme svolazzanti degli avvocati del padrone, con le penne stilografiche dei medici compiacenti e coi segni delle dita sporche dei sindacalisti venduti.
Tutt’altro che una celebrazione, il cd non rivendica, non grida, non rintrona, non aggiunge rumore vuoto all’abisso di dolore dei figli, delle vedove, dei compagni, di chi è rimasto. Alessandro e Kevin si soffermano rispettosi a pensare, a riflettere, addirittura offrono con delicatezza e pietà una via d’uscita possibile. Gli scheletri in copertina, intenti a una deposizione da molti ritenuta blasfema, fanno sorridere di tenerezza in confronto all’orrore quotidiano della malattia, all’abitudine al rumore di fondo dell’angoscia. Ben altra paura è stata quella vissuta ogni giorno nel silenzio obbligatorio dei reparti di terapia intensiva, ben altra disperazione quella consumata alle lunghe attese livide nei corridoi di oncologia in attesa del turno del ciclo di chemioterapia, ben altro scandalo quello deflagrato negli appuntamenti macabri nell’aula bunker di un processo che ha inevitabilmente assolto tutti.
Chi ha la fantasia con le gambe corte immaginerà questo cd ricolmo di suoni stridenti, di macchine elettroniche che imitano la voce della fabbrica ed evocano luci artificiali, torri di raffreddamento, cancelli inutili a trattenere il pericolo. Niente di più sbagliato: queste sono canzoni, sono le prime canzoni politiche del nuovo millennio. E’ stato fondamentale svuotare i cassetti dell’autoreferenzialità territoriale (rabbrividisco all’idea di un prossimo futuro canzoniere sociale padano…) e aprire le finestre alla tempesta: bene quindi che a prestare voce a chi non ha voce sia un inglese di una certa importanza, uno che ha un passato, uno che avrà visto altre fabbriche sì ma le stesse nostre tragedie. Che l’inglese porti lontano e dispieghi come bandiere questi stracci sporchi, che gli permetta di raggiungere altri porti, altre teste, altri cuori. E’ importante che la gente, in giro, venga a sapere. Assai significativa la collaborazione di molti musicisti dell’area veneziana: impossibile non notare come le differenze di stile e di genere di ciascuno si siano dissolte in un canto urlo suono rumore frastuono comune e tutt’altro che consolatorio.
Non vi racconterò delle frustrazioni né di tutte le cose non dette che ho ritrovato qui dentro, non scriverò alcuna lista sballottato tra le onde dei ricordi e delle emozioni. Dirò soltanto che alla fine del disco c’è una struggente canzone d’amore vissuta sul filo, tra un letto d’ospedale e quella strana percezione di sé come visti dall’alto che raccontano quei pochi ritornati indietro dal coma: un’ultima carezza sulla riva prima di essere inghiottiti dal nero.
Al cd è allegato un libretto coi testi in inglese e in italiano, ed un paio di interventi poetici di Ferruccio Brugnaro e Maurizio Mattiuzza, l’uno a tenere tra le mani tremanti la disperazione all’uscita del tribunale, l’altro a volare sul cielo sopra Marghera come una rondine a cui hanno appena distrutto il nido.
Il cd è pubblicato in collaborazione tra Diplodisc, l’etichetta personale di Alessandro Monti (distribuzione Audioglobe), e stella*nera: numerose copie sono disponibili a sostegno della nostra rivista. 

Marco Pandin (A RIVISTA ANARCHICA)

 

Inizio l'ascolto e la trasformazione del presente comincia: le pareti del mio studio mutano riempiendosi di manifesti nei quali il rosso è il colore predominante, i ritagli delle foto dell'Espresso ancora in formato gigante tappezzano tutta la stanza. Immagini di giovani avvolti nelle verdi antagoniste divise scaldate dalla finta lana merino degli Eskimo che si scontrano con altrettanti giovani anch'essi vestiti di verde ma con elmetti e lacrimogeni, vedo striscioni e lunghe parodie di fazzoletti rossi tirati fin sugli occhi, vedo un ragazzo piegato sulle ginocchia che impugna qualcosa di tragico e vedo il volo di un uomo dalla finestra di un commissariato. Tutto si confonde: date, avvenimenti, anni...morti. Si, perchè questo è il 'Libro Veneziano dei Morti', un disco che riporta la memoria indietro nel tempo e la fa correre all'impazzata dentro gli anni che anticiparono una tragedia ben lungi dall'essersi conclusa.: “La fabbrica della morte nasconde gli assassini...” (da The Cover Up). La fabbrica della morte è il Petrolchimico di Marghera e questo lavoro è interamente dedicato alla memoria di chi, in quello stabilimento, perse la vita. Un cd che Alessandro Monti ha costruito principalmente assieme a Kevin Hewick, personaggio che non credo abbia bisogno di presentazioni. Da questa collaborazione è nata una rara perla nera permeata di suoni che arrivano da un passato mai dimenticato riletto però in chiave moderna con uno stile complesso e decisamente colto. La bellezza dell'impegno.

Mirco Salvadori (ROCKERILLA)

 

La collaborazione tra gli Unfolk del mandolinista Monti (con musicisti di pregio quali Baldan, Masi, De Zorzi) e Kevin Hewick (voce leggendaria per i cultori della Factory e prima wave UK), nata da reciproca stima e assoluta sintonia, ha fruttato un “concept” sul tema doloroso, che tocca da vicino il gruppo veneto, delle tante morti per veleni nel polo petrolchimico di Marghera. Il cantautore affronta la materia con grande sensibiltà in dieci canzoni “avant pop” che rivaleggiano per fine scrittura, con sei strumentali tra folk, elettronica ed echi world-prog. Oltre la rabbia consapevole che “non ci sarà pace se non c'é perdono”, il lavoro riflette anche su come il vinile/disco (derivato del petrolio) possa mutarsi in motivo di gioia. Ottima confezione ricca di note e suono smagliante con mastering di Jon Astley nella casa/studio dove Townshend mise a punto Tommy... (8)

Vittore Baroni (RUMORE)

 

Quest'omaggio alle vittime del cvm ha avuto una lavorazione lunga, tre anni, doveva essere un disco strumentale ed é diventato un album di canzoni. Altri, trattando la musica un tema così forte – la vicenda del Petrolchimico di Marghera – avrebbero usato stridori industriali, elettronica bruta, drones isolazionisti, dark ambient. Chissà. Monti invece prende la strada del songwriting, d'una limpidezza brillante e quasi surreale, che a tratti ricorda nello stile e nella grana acustico-estetica – ad esempio gli arpeggi del suo mandolino, le lucciole elettroniche di Riccardo De Zorzi – i Rem in versione sepolcrale (Early Grave, A Limited Edition Of One). Questa sintesi di folk politico (Cancer Of The Conscience) e scenari futuribili (la chitarra frippiana di Bob Brian in Destinazione Astrale) non poteva trovare voce più adatta di quella di Hewick, compagno di lavoro di Martin Hannett alla Factory Records, personaggio di mezzo tra il cantautorato e la new wave. Un timbro caldo che riesce ad essere declamatorio e lirico (Someone Is Always Screwing Someone, Forgive). Un memoriale-denuncia partecipato da molti artisti (tra i quali Gigi Masin, Romina Salvadori, Alex Masi, Bebo Baldan, Adriano Clera, Halo XVI, Mono-drone, i Kar) penetrante in ogni sua sfumatura stilistica (l'eco di Tutte Le Cose Lasciate é la memoria dei cari, il basso distorto di Natura Distorta é il senso del titolo). E forse é anche merito di questo respiro collettivo se una simile ode-rock non sia mesta, anzi faccia alzare lo sguardo oltre l'orizzonte tenendo desto lo spirito fino alla fine The Wave That Speeds To Shore che chiude con parole che sfiorano dolcemente la carne una presenza invisibile é entrata nella stanza / con una mano gentile che ha calmato dolcemente / e ha raffreddato la febbre con la punta delle dita / e ha messo a tacere i lamenti di labbra secche e screpolate. (7/8)

Dioniso Capuano (BLOW UP)

 

Nato sull’asse Italia-Inghilterra, “The Venetian Book Of The Dead” è il frutto degli sforzi congiunti del produttore/musicista veneto Alessandro Monti e di Kevin Hewick, cantautore britannico che in passato ha fatto parte del roster di etichette storiche come Factory, Cherry Red e Les Disques Du Crepuscule. Affiancati da un discreto numero di collaboratori (tra cui segnaliamo Romina Salvadori, già voce degli estAsia), i due hanno dato vita a un concept album ispirato alle tante, troppe morti causate tra gli anni 70 e 80 nel Veneziano dalle scellerate politiche (anti)ambientali delle industrie petrolchimiche. Un atto di accusa importante dal punto di vista concettuale, certo, ma anche supportato da un notevole spessore artistico, che nell’arco di dieci canzoni vere e proprie e sei strumentali si snoda su intrecci elettroacustici oscuri e affascinanti, ballate a metà strada tra il folk e il pop-rock meno allineato, improvvisazioni di matrice ambiental-sperimentale e lievi manipolazioni elettroniche. Con raffinatezza plettri e archi si incontrano con batteria, percussioni ed effetti sintetici, mentre la voce disegna melodie malinconiche ma non troppo opprimenti, finendo per ricordare in certi frangenti David Sylvian. Un lavoro ambizioso, sicuramente, e forse un tantino troppo lungo, ma toccante e nel complesso pienamente riuscito; importante, sotto tutti i punti di vista.

Aurelio Pasini (IL MUCCHIO)

 

Dieci moderne protest songs e sei interludi strumentali avvolti in un packaging di una bellezza e ricercatezza unica con copertina cartonata e immagine presa dall’Ecce Homo di Delvaux. Si presenta così il comeback di uno dei progetti più oscuri e trasversali del panorama italiano. Unfolk, termine eterodosso che un paio d’anni addietro dava il nome al primo disco di Alessandro Monti e che ora, sulla scia di quel che successe con Carla Bozulich/Evangelista, si trasforma in moniker a sé stante. Quasi come una calamita, Unfolk attira a sé, oltre al succitato capopopolo, anche Kevin Hewick, misconosciuto artista del primo post-punk inglese e cantante dal pathos inimmaginabile, e una moltitudine di artisti e musicisti (Gigi Masin, Bebo Baldan, Riccardo De Zorzi, ecc.).
Tuxedomoon e Current 93, experimental-folk sui generis e elettronica bislacca, free-prog canterburiano e wave coltissima, musica etimologicamente industriale e emotivamente ricercata. Genericamente, e in misure variabili e umorali, è ciò che si può rintracciare nel libro veneziano dei morti, sorta di Bardo Thodol della città lagunare. The Venetian Book Of Dead è infatti un concept che sotto le spoglie gentili di una musica elegante e raffinatissima, in alcuni tratti elegiaca come può essere quella di Mr. Tibet, trattiene una natura forte, pregna di odore di morte. Centrale nelle liriche è la denuncia sociale legata alle vicende del petrolchimico di Marghera: le malefatte di chi impunemente dirigeva quel luogo e il silenzio che ha accompagnato, vera e propria colonna sonora di un universo in disfacimento, le molte morti succedutesi in zona.
Unfolk propone dunque un modo, ormai quasi dimenticato, di coniugare impegno civile e musica, mettendo la seconda al servizio del primo per poter oltre che dilettare anche risvegliare qualche coscienza assopita. Nello stesso tempo chi vorrà approfondire la storia dietro questo concept scoprirà che The Venetian… è un sentito, appassionato “tributo alla città, ai lavoratori e ai cittadini scomparsi e all’amato vinile”. (7.5/10)

Stefano Pifferi (SENTIRE ASCOLTARE)

 

Thanks to the wonders of modern technology no-one one listens to albums anymore. The ease with which people can access songs and download songs has destroyed people’s attention span and rendered the idea of the album as a complete body of work almost entirely obsolete. Or at least, this is what the music industry types like to tell us. It’s one of the many horror stories that are linked with the digital music age. Yet this is a week in which Joanna Newsom and The Knife release multiple CD concept records to uproarious acclaim, and here we have an album comes along with not one, but two concepts tying the whole thing together. With a title as heavy as The Venetian Book Of The Dead, you know there’ll be some learning involved.
A collaboration between the Unfolk collective of Italy and Leicester born, Factory records alumnus Kevin Hewick, The Venetian Book Of The Dead deals with the industrial disasters that occurred in vinyl factories in Venice in the Seventies and Eighties, which saw many workers and citizens die from cancer. The album also addresses the idea of vinyl as musical entertainment, as opposed to the cause of human tragedy. Two somewhat heavy concepts for the price of one; at times they make for a challenging listen, but it’s one that is ultimately rewarding.
‘The Radioactive Man’ opens our story with its descriptions of factory workers and “what they’d touched and what they’d breathed had woken cancers from their sleep” and the protagonist's family will “get as infected as I am”. It’s far from cheery stuff and sets the rest of the record’s mood. Elsewhere Hewick addresses the subsequent cover up of the problems on the part of the factories' owners, with a description of “cover up killers” and the claim that “we know something we won’t tell” (‘The Cover Up’). ‘Black Tar Lagoon’, probably the highlight of the record, sees Hewick’s soulful croon matched against a sparse backdrop of gentle bass work and delicately placed keyboard squelches.
Musically, most of The Venetian Book Of The Dead stays within a certain set of parameters, somewhere between the post-rock meets folk of A Silver Mount Zion and the indie rock with additional electronic flourishes of Radiohead. Unfolk utilise their small collection of instruments to great effect. The majority of songs feature little more than mandolin, electric bass and some keyboard swells, though at times strings and electric guitar are thrown into the mix. Regardless of instrumentation, Unfolk always display a remarkable amount of restraint, always seeming willing to hold back where most bands would let go. This less is more approach creates a very sparse and eerie soundscape, invoking images of abandoned factories and long forgotten about machinery. Which is no doubt the idea.
The idea of producing a concept album about industrial fallout in a time when substance in records is scarce is a brave one. Whilst the lyrics may seem a little clunky at times and lack a degree of subtlety that might be a little more appropriate, and even though it clocks in at over an our long, The Venetian Book Of The Dead is a challenging record. It’s also one that challenges the listener, and engages them. It requires repeated listeners and ultimately reveals itself to be a worthwhile, rewarding piece of work. 8/ 10 

David Pott-Negrine (DROWNED IN SOUND)

 

I don't know about you, but a mental alarm always goes off for me whenever I hear that a work of art has been based on a genuine, human tragedy. Images form of a journalist / photographer horde descending on a disaster zone, like vultures around a corpse. There's also the inevitable 'charity single' rushed out by some mega-bucked star or other to do as much for their minted conscience and bloated bank account as the regular people whose lives have been destroyed.

The difference here is that members of Unfolk - a collective of musicians based near Venice - have lived through the disaster they describe and continue to live with the consequences of the chemical nightmare perpetrated daily, for years, at the vinyl factory in Mestre; lethal working conditions and careless dumping of toxic waste into the nearby lagoon, covered up by the factory owners until the 1990s.

So, it has an unquestionably righteous morality, but what of its music? The term 'unfolk' is well-chosen, for here we have music with a traditional 'unconscious' yet a completely 21st-century execution. Mandolins trade with industrial synths, gentle rhythms rumble beneath glitch and soaring guitar. You may hear the swoops of Pink Floyd, the sonic landscapes of Vangelis and the industrial bass of Joy Division, often in the same track. Supplying the words and voice is England's own Kevin Hewick, whose heartfelt contribution recalls Roy Harper with its deceptive simplicity and emotional punch.

The album will ensure the victims of Mestre will not be forgotten. One hopes that it will go some way to prevent similar horrors in the future. (7 out of 10)

(Dieshellsuit.co.uk)

 

Combat rock

Una chiamata alla memoria del dramma industriale di Porto Marghera segna il ritorno del collettivo Unfolk in una speciale cooperazione con Kevin Hewick, vecchia volpe del roster Factory. Proprio quest’ultimo, fulminato emotivamente dal disastro del petrolchimico, è il firmatario di tutte le novelle contenute in “The Venetian Book of the Dead”. Un lavoro il cui concept è, diciamolo, un pugno nello stomaco: opporre l’idea di vinile come forma d’intrattenimento alla sostanza madre dello stesso, il PVC, che respirato insieme ai fumi di altri elementi chimici fu causa scatenante del disastro lagunare.
Le parole amare di Kevin descrivono in partenza stati insostenibili di sofferenza, individuale e collettiva: “earning a living that way/was no way to live/he’d shower and change/before he went home/but kids still called him ‘radioactive’…”; “in the waters of the black tar lagoon/how much has been pumped in there?/no one knows”. Si mutano in canti di denuncia da scagliare sull’indifferenza perpetrata dal potere industriale, tuttora vigente: “death factory cover up killers/… but lives are worth nothing to the cover up killers/we know something that we won’t tell”; “going up/floor by floor/higher than the truth/higher than the law/… we like to hide things in the mist”. Col calare della notte diventano sinonimo di purezza, guadando il fiume dell’ingiustizia attraverso serene tentazioni oniriche: “you and i, let’s dance togheter/through the night of mystery/the moon has turned the water silver/… black water has turned into silver/come to the bay with me”.
Poi c’è la musica. Di certo la ricchezza di collaboratori di cui si nutre “The Venetian Book of the Dead” è basilare nella realizzazione di un impianto poliglotta. Una serie di arrangiamenti in cui la forma ballata ottiene libera scelta di esibirsi con slanci cosmici modello Hugh Hopper (The Radioactive Man) oppure scendere di tono per una tornata d’intimità secondo grigiastre grafie Crescentiane (Black Tar Lagoon); si sposta tra un milieu desertico alla Wowen Hand (The Cover Up) acquistando subito dopo le fattezze dell’innocenza neofolk (Early Grave); libera l’anima con voli pindarici nel blues dopo un principio bucolico (A Limited Edition of One); crea vincoli sintetici facendo breccia nella new-wave (Someone is Always Screwing Someone); e mira negli ultimi capitoli a esplorare gli anfratti tradizionali in Terra D’Albione (Cancer of the Coscience, The Wave That Speeds to Shore). Svestiti della voce, i lasciti strumentali suonano come i più avventurosi: ligi a una morale minimalista nei pattern di Cicatrici del Tempo, leggermente stridenti nella sonicyouthiana -al ralenti - Dust to Dust, cuciti a pezzetti da una crasi glitch in Trasferible…, e ancora misticamente progressivi nel viaggio verso una kosmica Destinazione Astrale.

(Sands-zine)

 

Come legare esoterismo e protesta sociale. Ce l'avevano fatta - a loro modo, s'intende - i variopinti residenti di Haight-Ashbury dalle colonne del San Francisco Oracle, con le loro visioni di un Pentagono malefico da far levitare. Ci riesce Alessandro Monti nel suo nuovo progetto "The venetian book of the dead". Il libro veneziano dei morti è il secondo capitolo di un viaggio, che Unfolk compie tra musica sperimentale e mistero, tra buone vibrazioni e il risveglio di una coscienza sopita per troppo tempo. Se quella coscienza con il primo Unfolk si rianimava dall'intorpidimento e acquisiva nuova luce grazie ad una sintesi "East-West", ad un collegamento tra rock, folk, psichedelia, minimalismo ed esotismo, il passaggio successivo ne sublima la miscela e la porta di fronte alla propria responsabilità. Perchè chi ha sensibilità e ha varcato la soglia percepisce in modo più lampante le contraddizioni e i misfatti dell'esistente. E' il caso di Porto Marghera e del Petrolchimico: anzi, "Petrolkimiko", per citare il lavoro di Bettin e le vergognose morti nelle fabbriche che producevano CVM/PVC, alle quali Monti dedica il disco. Dopo aver incontrato il musicista inglese Kevin Hewick, il veneziano ha elaborato il nuovo lavoro in coppia, aprendolo ad altri ospiti (Alex Masi, Gigi Masin, Adriano Clera etc.). "Venetian book" va assorbito come un unico, intenso e inesorabile flusso sonoro, che abbraccia l'elettronica tedesca ("Tutte le cose lasciate in sospeso", il riferimento a Gottsching in "Black tar lagoon", l'estasi di "Destinazione astrale") e i raga post-moderni ("The cover up"), la ballata ipnotica e increspata di elettricità ("Radioactive man", "A limited edition of one") e una sorta di pop-rock esotico e maliardo ("Bedroom discoteque"). Alla dimensione "folk-oriented" dell'esordio, Unfolk risponde con un'esplorazione, attraversando un territorio in cui Fripp e Harrison, Roedelius e l'Incredible String Band vanno a braccetto, incontrando il laboratorio art-rock alla Centrozoon in "Someone is always screwing someone" e "Forgive". Una viscerale denuncia civile, che passa attraverso la forma enigmatica di un melange musicale di alto profilo. Un'opera sui generis e affascinante, che merita estrema attenzione.

Donato Zoppo (Movimentiprog)

 

 

 

RECENSIONI PRIMO CD (2006/2007):

Qui tutto é surrealisticamente magico e metafisico, si respira aria di cose sconosciute anche se il percorso sonoro che si intraprende per arrivare a conoscere la verità/realtà é un continuo rimando a mai dimenticate storie create con rimossi accordi di mandolino, oniriche e visionarie apparizioni teutonicamente cosmiche, voli radenti dentro l’irrealtà di immagini (un)folk avvolte nella nebbia di un paesaggio a metà tra le Highlands scozzesi e l’isola dei morti di Arnold Boklin. Vi basterà fissare con attenzione lo sguardo intrigantemente inquietante del musicista mascherato da Gran Dama del Nero che sovrasta l’immagine di copertina mentre le note dell’ultimo brano vi avvolgono, vi basterà un attimo e riemergere nell’abbagliante luce del reale sarà cosa assai faticosa e spiacevole. (8/10)

Micromix M.S. (Rockerilla)

 

In Den Gärten Pharaos

Alessandro Monti è il perfetto signor nessuno. Un paio di lavori condivisi con Gigi Masin (altro disperso per eccesso di riservatezza al quale bisognerebbe prestare maggiore attenzione) e poi tanto; tanto silenzio.  “Unfolk” è la materializzazione di un talento assoluto; luminosissimo ed incandescente. Di quelli che ti sogni la notte, quelli che non dici mai; quelli che vorresti siano. Dentro c’è: Le visioni ed ipotesi infinite di tutto certo folk bianco, inglese ed europeo, Bert Jansch e John Renbourn; Incredible String Band e John Martyn. Lo spirito panico dei Popol Vuh costantemente in primo piano. Unioni strane e temporalmente espanse che si annodano più avanti nel tempo con le brume care ai Joy Division, ed ancor dopo idealmente; alla fissità ellittica dei Loop e la loro vaporizzazione Main.
A questo punto: Un’inversione ad u temporale, a capofitto; nella Germania dei Can e Faust e poi di nuovo altrove.  Contemplare meditabondo di frammenti di speranze svanite, fantasmi ed ombre inizio settanta; Gary Higgins con il suo lampo ed il giovane Neil Young che comincia la corsa. E di nuovo sospinti in avanti e poi indietro; Richard Youngs ed un soffio leggero ed impalpabile direttamente da “Astral Weeks”. “Unfolk” è un folk come lo si vorrebbe nel mondo dei sogni, uno dei tanti modi possibili di intenderlo; uno dei più fascinosi e meno battuti nella sua essenza trasparente. Possiede spigoli smussati e superfici piane ed assolate. Vitale di urgenza espressiva vera e non semplice esigenza di mercato, è un dire qualcosa che spezzi il silenzio; ponderato ed attento. Un folk inattuale perché senza tempo. Perché non conosce e si riconosce in mode e movimenti, cane sciolto che prende boccata d’aria con la lingua a penzoloni; indeciso se confondersi con l’orizzonte o tornare sui propri passi.  E fra le pieghe e le ombre affiorano accenni e richiami alle più belle pagine dell’avventura Franti, se ne coglie il profumo libero, l’ansia patogena dell’andare oltre; si materializzano al suolo orme Orsi Lucille ed Howth Castle che non avremmo mai più sperato di scovare. E la meraviglia ci accende gli occhi ed il cuore; difficile trattenersi. Fricke Out in compagnia di Masin si dedica logicamente allo scomparso Florian e poi in conclusione Fine Dell’Infanzia / Oscura Profezia lascia la porta socchiusa sul futuro; un girotondo del solo Alessandro che si squarcia sul suo gemello elettrico angolare. Si scorge in lontananza aria di tempesta. Il naturale contraltare; l’arrivo dell’uragano elettrico. Metal Machine Music che zampilla furiosa in libero flusso. Un’indicazione futura? Per me; semplicemente qualcosa da amare. Della stessa pasta di cui sono fatte le stelle… Le più belle…

Marco Carcasi (Sands-Zine: TOP ONE febbraio 2007)

 

Alessandro Monti “Unfolk” (Stella*Nera 2006) inserito nella Playlist Del 2006 A Cura Della Redazione di Kathodik
“Con semplicità; fragoroso scontro emozionale acustico. Le parole collassano.”

Un bel digipack cartonato; una cover in bianco e nero dal vago sapore pre-surrealista; un CD completamente nero con titolo ed autore a caratteri gotici. Questi i dati oggettivi relativi a Unfolk, opera prima di Alessandro Monti. Già dal packaging traspare una sorta di comunione tra l’antico ed il moderno, tra l’enigmatica immagine di copertina (un dipinto di Alberto Martini, precursore del surrealismo, targato 1920) e il medium musicale moderno. Una comunione che scopriremo reiterarsi anche musicalmente tra le atmosfere del mandolino, cuore pulsante dell’opera, e l’eclettica strumentazione elettrica e elettronica. Unfolk pone in musica le straordinarie (e fittizie) intuizioni dell’immaginario Heracleum Ipotesis, musicista medievale le cui partiture sembravano perse nelle nebbie del tempo. La musica che esce da questo disco, nato in solitaria e sviluppato da un vero e proprio collettivo, è etimologicamente folk (musica cioè della tradizione) ma anche e soprattutto sua negazione per sviluppo ed obbiettivi. Genere, dunque, oltre il genere, folk non ortodosso per stessa ammissione dell’autore. Perfetta e magica congiunzione di tradizione antica e moderna concezione musicale - post-moderna, senza confini, libera da tutto e tutti - di cui perfetto esempio sono le influenze più o meno dirette: dal punto di partenza John Paul Jones (l’uso del mandolino nelle composizioni dei Led Zeppelin), al punto di arrivo la pura elegia al rumore più assordante che fu Metal Machine Music di Lou Reed, passando per una commemorazione di Florian Fricke (Popol Vuh), mentore nascosto di molte musiche attuali. La musica è quindi gioco di contrasti, convergenza dell’antico col moderno, confluenza di remoti suoni caldi (mandolino, violino, tablas e percussioni) e attualità (chitarre elettriche, sintetizzatori, ecc.). L’Unfolk montiano è una musica globale in cui convivono mantra elegiaci dal retrogusto orientale, afflato ambientale alla Fripp/Eno, dilatazioni alla Popol Vuh/Sun Ra, abbozzi di cantautorato alla Nick Drake/Scott Walker, stralci di minimalismo esoterico. Su tutto un senso di oscurità latente alla C93/Joy Division. L’elettricità statica che satura la coda del disco, dipingendo di un astrattismo neo-folk dronato l’elegia medievale di Fine dell’infanzia, lascia di stucco e segna nuovi ipotetici sviluppi futuri per questo geniale signor nessuno della musica. Unfolk è un grande sogno ad orecchie aperte ed Alessandro Monti il probabile Richard Youngs dell’italica tradizione. (7.2/10)

Stefano Pifferi (Sentire Ascoltare gennaio 2007)

 

Unfolk é una fata morgana, suono d’una “falsificazione creativa”, l’invenzione dell’opera perduta di Heracleum Ipotesis. Unfolk e' cosa diversa da "no folk" puo' significare un folk di quelli possibili. Monti rende inconfondibile il suono con il timbro iperrealistico del mandolino (...) il viaggio e' tanto cronologico in una "renaissance" utopico-anarchica, quanto spazial-culturale: Regioni di Pietra uno sguardo "da" piu' che "ad" Oriente: tabla, chitarre e processing, overland politico esistenziale. Le armonie sono aperte ed ariose, sàssoni del violino di Giaccaria (Viaggiatori Perduti), innocentemente freak-prog (Aerofolk) e spacedeliche (Raga del fiume elettrico). Proprio al centro dell'avventura c'e' una melodia semplice che si tatua indelebilmente nella memoria, Almanacco del giorno prima. In chiusura un raga-folk apocrifo in nuce apocalittico (...) ma non vi preoccupate potrete fare girotondi in campagna a sfinimento. (7)

Dionisio Capuano (Blow Up)

 

Un eccellente esordio solista, per un autore che spazia in un'area suggestiva, evocativa, magnetica. Quella del progressive-folk "esoterico", che riecheggia Third Ear Band e Incredible String Band, Popol Vuh (un titolo come "Fricke out" non è casuale), Aktuala e la musica orientale, il minimalismo e le vibrazioni nascoste... "Unfolk" punta dritto al cuore, miscela acustico ed elettrico, raga e psichedelia, minimal music e vagheggiamenti new wave, con un ospite di lusso come Alex Masi; pezzi come "Il sogno di Devi" e "Viaggiatori perduti" sono un incanto e una magia, un'apparente semplicità melodica che nasconde culture antiche. I richiami all'esperienza italiana di Mauro Pagani, Saint Just e Canzoniere del Lazio si fondono con un trattamento elettrico che "modernizza" con audacia la materia sonora, penso a "Raga del fiume elettrico", degna del miglior Manuel Gottsching. "Regioni di pietra", nel suo ipnotismo folk-wave, fa invidia agli attuali epigoni del kraut-rock, da manuale il lungo trip chitarristico di "Aerofolk". Una menzione a parte per l'artwork: confezione in cartoncino con "Concerto" (1920) dell'artista veneziano Alberto Martini. Un disco ammaliante, da non perdere. (8)

Donato Zoppo (Movimenti Prog)

 

C’è un sapore antico eppure moderno in questo Unfolk del veneziano Alessandro Monti. Mandolini, chitarre acustiche, violino, tabla, strumenti etnici tipici della tradizione indiana e mediorientale, sono approcciati e organizzati con rispetto, utilizzando con discrezione le tecniche del loop e del multilayering: «musica folk non ortodossa», come recita la presentazione dell’album. Sequenze ipnotiche, raga, mantra che si dipanano talvolta anche per più di dieci minuti, guidati dal mandolino di Monti – ispirato dai lavori di John Paul Jones – su cui si innestano i contributi degli altri musicisti: Marco Giaccaria (violino e fiati), Bebo Baldan (percussioni) e il celebre chitarrista elettrico Alex Masi, vecchio amico d’infanzia del musicista veneto. Lungo gli undici brani che compongono il cd, l’ascolto scorre morbido, disegnando un percorso ideale che se da un lato ci riporta ad esperienze passate, come quelle di Incredibile String Band, Mauro Pagani, Comus, Penguin Cafe Orchestra, i primi Indaco, dall’altro ci proietta verso una dimensione sonora nuova e attuale, perché avulsa dal fattore temporale. La confezione cartonata, illustrata con una splendida opera dell’artista Alberto Martini (1920), è un ulteriore elemento che testimonia la cura e l’attenzione con cui è stato realizzato questo lavoro...  (7)

Paolo Carnelli (WS)

 

A cavallo tra digressioni paesaggistiche di matrice orientaleggiante (mi pare chiaro che siano stati compiuti studi sonori approfonditi negli stessi luoghi visitati, fisicamente e musicalmente, da Florian Fricke di Popol Vuh durante i suoi viaggi in India) e materiale avant folk rock di natura mai apocalittica, ma sempre protesa all’esplorazione di scenari reconditi, ambientali/atmosferici e legati a doppio filo agli aspetti umani/spirituali dell’essere vivente. Così credo che debba essere descritto il primo lavoro solista (pur se ottimamente coadiuvato da altri strumentisti) di Alessandro Monti (un paio di album alle spalle, ‘Wind’ del 1986 e ‘The Wind Collector’ del 1991, in compagnia di Gigi Masin). A tutto ciò aggiungente una bilanciata integrazione tra le parti coinvolte e un utilizzo coraggioso del mandolino da parte dello stesso Monti, che caratterizza in maniera evidente l’opera. ‘Unfolk’ è un disco che racconta di sentimenti, mondi e suoni.

Roberto Michieletto (Music Club)

 

Suona alquanto restrittivo definire "musica folk" il contenuto di quest'ottimo disco, che invece è intriso di fantasiose aperture. Oltre a essere un virtuoso di mandolino, Alessandro Monti maneggia con perizia chitarra, basso, percussioni, sintetizzatore, effetti sonori. Ma prima di tutto, Monti è un artista dall'evoluta utopia progettuale. Più delle tradizioni regionali, gli elementi coagulanti di Unfolk sono piuttosto le visionarie alchimie proposte dalla fine dei '60 in poi dalle formazioni psycho/folk, dai gruppi lisergici californiani e da certo sperimentalismo minimale. Gli undici capitoli del CD lasciano così sfilare uno dietro l'altro umori dalle ispirazioni multidirezionali: acri sapori orientali ("Raga del fiume elettrico", "Regioni di pietra"), flash all'acido lisergico sintonizzati con i Grateful Dead d'annata ("Aerofolk"), reiterative e ipnotiche schegge elettroacustiche ("Fine dell'infanzia/Oscura profezia", "Viaggiatori perduti"), perle pop ("Stereostudio N. 1"). Oltre a Monti, partecipano Alex Masi (chitarre), Marco Giaccaria (violino e flauti), Bebo Baldan (percussioni), Gigi Masin (suoni elettronici), Adriano Clera (chitarra), David Mora (chitarre), Ricky De Zorzi (chitarra). Un incanto surreale.

Enzo Pavoni (World Music)

 

Esordio ufficiale con un lavoro da solista per un artista la cui cifra stilistica di base è data dalla sua straordinaria capacità di intrecciare "emozioni armoniche" nei contesti tra loro più disparati. Questa difficilissima operazione prevede un talento innato, quello che - alimentato da ore ed ore di ascolti e di efficaci abbandoni emotivi alla musica altrui - permette ad un musicista VERO di capire CON IL CUORE cosa può essere REALMENTE indispensabile per arricchire un determinato scenario musicale (compreso il suo stesso SILENZIO).
L'arte del saper ascoltare distingue l'artista emotivo da quello prettamente autoreferente o escusivamente tecnico nelle sue proprie UNICHE scelte, e lo distingue soprattutto perchè l'artista emotivo mette in atto una naturale attenzione - frutto della metabolizzazione delle emozioni che tanti, tantissimi altri artisti gli hanno creato con innumerevoli stili e linguaggi - all'equilibrio e al bilanciamento delle forze sprigionate in un singolo brano, sia esso di 10 secondi o di 30 minuti e più. Alessandro Monti è una di quelle rare persone che riescono - con questa enorme capacità - a portare equilibrio e bilanciamento perfino in atmosfere magmatiche e caotiche fatte di sovrapposizioni di rumori e non-suoni, creando una "nuovarmonia" che spesso colpisce per la sua intensità. UNFOLK è un disco che contiene in sè tutte le caratteristiche dell'artista che lo propone, con il pregio però di far intravvedere una miriade infinita di potenziali derive e sviluppi creativi tra le 11 solide "istantanee" sonore in esso contenute. Ad aiutare Alessandro in questo prezioso sforzo alcuni tra gli amici di sempre ... che con lui hanno già avuto in passato diverse opportunità di "scambiare suoni" e emozioni quali Gigi Masin, Alessandro Masi, Bebo Baldan ed altri. Il talento dei singoli ospiti viene comunque "dosato" e "modellato" dalla sapiente regia di Monti che costruisce un percorso musicale suggestivo ed affascinante con i loro preziosi contributi. Un disco eccellente che per fortuna ricorda e fa capire come il tempo della musica del cuore non sia del tutto concluso, e che (sebbene sovrastato da una enorme quantità di tradimenti artistici) da qualche parte una sorta di "eternal beat" continua davvero a pulsare recitando la parte di prezioso "radio faro" per approdi e rotte musicali sincere e di vera emozione.

(L'Archivista - blog review)

 

(...) Unfolk giunge a mettere il sigillo con un debutto ragguardevole: la musica si pone assolutamente in coerenza con la dichiarazione di intenti, folk non convenzionale, dove il legame è nella scelta dei suoni e degli strumenti e l’esito è un magico equilibrio nel non folk che si compone in lievi raga sfiorati dall’elettronica, in un bordone ambient e minimalista, in minuti loop e in percussioni ed assoli dall’ottimo retrogusto prog (...) il disco trasuda dei grandi amori del musicista, dal folk (volutamente quasi negato) al folk filtrato Led Zeppelin, dall’elettronica al prog, dal minimalismo ai loop a la John Martyn (… ) si apprezza la raffinatezza dei particolari, dei tessuti creati col mandolino (più unfolk che mai) ove si innestano felicemente vari assoli (Marco Giaccaria al violino, Alex Masi alla chitarra, lo stesso Monti) e le ritmiche di Bebo Baldan. Contribuiscono inoltre Gigi Masin, Ricky De Zorzi e David Mora. Un disco che conquista piano piano e che si fa fatica a togliere dal lettore cd.

Fabio Bello (Biblioteca Civica Mestre - Ve)

 

Rather than working out a biography with someone’s struggles to appear as a musician in society, Alessandro Monti invents the concept of what can be resumed in the new term ‘unfolk’, which inhabits a reinvention of techniques, traditions (compositions,..) with some amount of improvisation on the now/nu. Most tracks are based upon beautiful instrument combinations with mandoline, in a way like Led Zeppelin’s “Gallows Pole” was built. Melodically and in sound the mandoline layer sounds beautiful in combination with acoustic and electric guitars, tabla, tonal keyboards and a few other string instruments. Just one track, “Almanacco del Giorno Prima” is a bit more rhythmical, and “Stereostudio n°1” is based upon a keyboard melodic sound in combination with the other instruments instead of the mandolin. “Fine Dell’Infanzia/Oscura Profezia” is the only track that uses a traditional medieval dance fragment into the composition. A very enjoyable, soft-hypnotic, mostly acoustic album, with a certain progressive vision.

Gerald Van Waes (Psych-folk & acid-folk reviews)

 

Se prendiamo alla lettera il titolo di questo disco, il proposito di Alessandro Monti era quello di metter mano ai materiali che definiscono il folk e fare, con essi, qualcosa di differente. Avranno senza dubbio un trattamento diverso, ma l’ “un folk” di questo mandolinista e chitarrista veneziano continua ad essere folk. Questo nonostante l’elettronica di Gigi Masin, con il quale, tra l’altro, Monti aveva registrato in precedenza altri titoli nel campo della musica elettroacustica, e dei contributi del frippiano Adriano Clera e di un chitarrista con il rilievo che Alex Masi ha nel rock italiano. L’album si basa su partiture restaurate di un musicista e teorico dell’antica Venezia chiamato Heraclaeum, le poche partiture sopravvissute ad un meteorite lì caduto nel secolo XIII, ma il modo in cui sono trattate, come abbiamo scritto più sopra, non ha nulla a che vedere con il trattamento che ne farebbe un Jordi Savall. E quanto ai riferimenti siamo ben serviti: il tema “Fricke out” è dedicato a Florian, del gruppo di krautrock Popol Vuh, e quello immediatamente seguente e che conclude il lavoro si ispira direttamente alla interpretazione che il gruppo post-post-moderno da camera Zeitkratzer ha fatto di “Metal Machine Music”, l’opera noise ancora oggi non ben compresa di Lou Reed. Di più: nella scheda tecnica di “Unfolk” si confessa che queste registrazioni sono state influenzate da quello che John Paul Jones ha fatto con il mandolino nei Led Zeppelin. Potremmo temere, in questa serie di indicazioni, una certa presunzione e pochi frutti, ma la verità è che questa musica si ascolta molto bene (trad. dal portoghese dell’amico Carlo Gherlenda).

Rui Eduardo Paes (online)

 

(...) A proposito di folk non ortodosso stella*nera propone con Unfolk del chitarrista Alessandro Monti un curioso “concept” che simulando il ritrovamento di partiture di tal Heracleum Ipotesis miscela con tecnica pregevole ricordi psycho-folk e prog-jazz mediterraneo (...)

Vittore Baroni (segnalazione su Rumore)

 

Il veneto Alessandro Monti esordisce con un lavoro autoprodotto che è una cavalcata nelle lande sconfinate del Progressive anni Settanta - 11 pezzi di folk-rock, per gran parte di composizione, suonati da ottimi musicisti, con un'idea forse un po' retro ma intrigante dei suoni. Ottima iconografia (un dipinto del 1920 di Alberto Martini) e packaging (digipack in bianco e nero) e una storia ispiratrice (il ritrovamento dell'opera perduta di tale Heracleum Ipotesis) dalla vocazione letteraria...

Luca Ferrari (online)