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UPDATES / AGGIORNAMENTI (Luglio/Agosto 2009)

 

THE VENETIAN BOOK OF THE DEAD (il libro veneziano dei morti):

 

 1. Cicatrice del tempo

2. The Radioactive Man (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

3. Black Tar Lagoon (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

4. Bedroom Discotheque (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

5. Dust To Dust

6. The Cover Up (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

7. Brano trasferibile - esp mix

8. Early Grave (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

9. Destinazione astrale

10. Limited Edition Of One (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

11. Someone Is Always Screwing Someone (Kevin Hewick: vocals & lyrics)  

12. Tutte le cose lasciate in sospeso

13. Cancer Of The Conscience (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

14. Forgive (Kevin Hewick: vocals & lyrics)  

15. Natura Distorta (The Cover Up part 2) (Romy: vocals)

16. The Wave That Speeds To Shore (Kevin Hewick: vocals & lyrics)

 

Previsto per il 2010 anche un singolo in download:

"THE UNFOLK SINGLE" (che conterrà Irma & Staines Morris)

 

...e uno split EP con ORDER OF THE BLACK GUARD che conterrà:

DAL LIBRO / QUALCHE ALTRO SECCO ARBUSTO (venetian cut-up)

Featuring

KAR: live electronics & feedback

REVEREND MATT GENT - vocals

AUTOTELIC TOLTEC RELIC – cut-up remix 
 

Consultate: www.myspace.com/unfolk per gli aggiornamenti in tempo reale...

 

 

NOTE (scritte originariamente per il primo cd Unfolk):

Definizione di "unfolk" e una nota sull'immagine di copertina.

unfolk sta per unorthodox folk music o non folk per dirla all'italiana.
il problema della definizione é soltanto di carattere linguistico, é un gioco di parole ma pur sempre derivato da un termine inglese.
ad un certo punto avevo deciso di intitolare il lavoro "non folk" perche' mi sembrava più comprensibile e consono alla lingua italiana e per rispecchiare l'idea della tradizione, dei titoli e delle mie radici geografiche (un brano rimasto inedito é una versione di un'antica canzone lagunare "e mi me ne so 'ndao").
la negazione italiana su un termine inglese sembrava un po' improbabile.
ecco allora che la parola unfolk aveva un significato compiuto e internazionale, formulata in uno stile in grado di descrivere perfettamente una musica dai suoni inconsueti; ho successivamente scoperto che il termine in rete esisteva già...
tutto ciò che avevo ascoltato fino a quel momento era uscito di getto in una forma nuova: la straordinaria capacità dei musicisti di arrangiare, mediare o mascherare, ha trasformato il lavoro, originariamente concepito come una serie di registrazioni o basi soliste, in un vero e proprio lavoro di gruppo.
quel collettivo fantasma, é riuscito nell'ardua impresa di connettere organicamente atmosfere spesso lontane tra loro.
i brani con il violino coesistono assieme alle chitarre in un contrasto voluto che rispecchia e rappresenta l'origine ma anche l'evoluzione.
il tutto viene assorbito simbolicamente nel brano finale da un rumore puro che copre ogni cosa, dando la sensazione di un vero e proprio salto nel vuoto.
questa conclusione era stata concepita originariamente come la fine di Maya, dell'illusione dell'esistenza.

il mistero della copertina (un disegno scoperto per caso a casa dei miei genitori) ha completato questa musica non ortodossa e trasfigurata, senza una vera e propria tradizione ma comunque tramandata oralmente, attraverso i dischi, la memoria o l'immaginazione come del resto avviene nel folk comunemente inteso...
una figura angelica suona uno strumento ad arco ricavato da un cranio; un oscuro personaggio mascherato suona una chitarra rivelando, ad uno sguardo attento, il suo vero volto sotto la maschera: solo la musica può penetrare il mistero dell'esistenza e puo' contrastare la definitiva apparizione della morte e soltanto essa inspiegabilmente viene a salvarci dall'assenza di spirito, restituendo all'uomo quella magia e quell'amore perduto e dimenticato.
il tutto si svolge sotto un'inquietante nuvola che abbraccia l'intera scena, una rappresentazione che simboleggia quasi una benedizione della natura...

l'ambiguità é la realtà, la realtà é l'immaginazione, il sogno é la vita stessa.

(da un testo apocrifo risalente all'epoca di heracleum ipotesis)

 

Altre note introduttive...

Un mio caro amico, il tecnico del suono e musicista Ricky De Zorzi, riferendosi a qualche brano in fase di registrazione, spesso mi chiede “Hai una visione?”. Questa bellissima domanda mi ha sempre fatto riflettere sul ruolo dell’artista e/o musicista. Oggi infatti egli, grazie alla tecnologia, é più un visionario di suoni che un compositore... Miles Davis diceva che, essendo musicista e pittore, tra i due ruoli trovava molte analogie di composizione... una cosa é certa: se le due cose si incontrano possono dare frutti inaspettati ed originali! Ma nel mio caso, dal momento che la mia formazione musicale é assolutamente non accademica,  l’essere visionario é certamente un ruolo in cui riesco ad identificarmi pienamente.

 

Metal Machine Music....

Se é vero che il rock esiste essenzialmente come elettricità allora M.M.M. é il disco rock definitivo. Un’opera in cui nulla é riconoscibile ma in cui tutto coesiste, un caos primario in grado di cancellare tutto e riorganizzarlo. Il suono che ne esce é in grado di redimere il rumore e di riportarlo allo stato di originaria purezza. La difficoltà all’ascolto sta solo nel modo in cui ci si pone di fronte alla sua estrema densità: al suo interno si possono notare trasformazioni d’ogni sorta, ma soprattutto lo scheletro di quello che é l’essenza stessa del suono elettrico. Come ha consigliato l’autore é possibile isolarne dei frammenti ed ottenere un effetto interscambiabile, una specie di rompicapo in cui ciascun tassello esiste anche con una propria vita; ecco il perchè della curiosa formula chimica in copertina. Scienza del suono? No, semplicemente il disco che ha definitivamente consacrato il rock all’arte. L’ascolto di quest’opera può risultare un’ottima terapia per superare momenti di confusione e incertezza e definisce perfettamente la realtà musicale contemporarnea, con le sue ambiguità e le sue ombre ma anche con una sua luminosità nascosta e abbagliante. Una perfetta continuazione dell’intento originario dei Velvets. La memorabile trascrizione cameristica del gruppo Zeitkratzer, specialista in reinterpretazioni improbabili, ha inserito la composizione in un contesto colto in cui i riferimenti a La MonteYoung possono essere ora totalmente appropriati. M.M.M. appare ancora più incredibile se si pensa che Lou Reed l’ha concepita nel periodo in cui era quasi esclusivamente concentrato nel ruolo di cantante; la sua immagine glam in copertina é quanto di più fuorviante ed artistico si possa immaginare; anche per questo é lecito pensare che questa musica estrema sia nata da una vera e propria esigenza da parte dell’autore di riaffermare seriamente sè stesso come chitarrista e compositore... (grazie per l’ispirazione!)

 

Una lettera a proposito di Florian Fricke/Popol Vuh.

Al di fuori dell’ambito familiare, poche notizie mi hanno colpito così profondamente come la scomparsa di Florian Fricke e, dopo aver letto un bell’articolo del chitarrista Gary Lucas (uno dei pochi che sia stato in grado di interpretare la sua musica in modo convincente) apparso sul mensile inglese The Wire, ho scritto questa lettera che é stata pubblicata in inglese nella medesima rivista (n.218, aprile 2002). Qualche anno dopo (2005) ho voluto scrivere un Requiem “Fricke Out” assieme all’amico Gigi Masin, un nostro umile tributo.
Ecco la traduzione:

La “epiphany” di Gary Lucas su Florian Fricke é stata commovente ed ispirata, piena di dettagli ed osservazioni dal punto di vista del musicista. Purtroppo é stata una delle poche voci che hanno ricordato un vero artista ed innovatore. Per tutti coloro che hanno seguito il primo percorso dei Popol Vuh, é stato uno dei Maestri del krautrock ma raramente celebrato. Can, Faust & Ashra hanno potuto assistere ad una vera e propria rinascita negli anni 90, ma a causa delle registrazioni dell’ultimo periodo, i Popol Vuh sono stati lasciati fuori da quel regno creativo. E’ esistito un tempo in cui New Age, Ambient o Elettronica non erano ancora stili affermati, ma tutte queste etichette sono state in qualche modo create da Florian Fricke. Mi viene in mente solo una manciata di colonne sonore d’effetto paragonabili ad Aguirre; forse soltanto Third Ear Band’s Music From Macbeth o Solaris di Edward Artemyev possono eguagliare la fantastica sensazione di ascoltare qualcosa allo stesso tempo antico e moderno. Con i Popol Vuh abbiamo assistito ad una trasformazione senza eguali nel linguaggio musicale degli anni 70, dai primi lavori improvvisati di matrice elettronica alle seguenti composizioni influenzate dalla musica indiana. Inoltre l’uso di materiale precedentemente registrato e riciclato per essere adattato ad altri contesti, può essere visto come una profezia della “remix culture”; ciò non era dovuto a mancanza di idee musicali ma ad un naturale bisogno di continuum artistico e di interscambio musicale. Ora, dopo questo viaggio, la musica di Florian Fricke può ritornare al luogo da cui era venuta: il silenzio.